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MONTAGNE CON LA VETTA,
Marco Bianchi,
Vivalda Editori, Torino 1998 (NA RDM C27.34) |
Da qualche tempo mi ero detto che avrei dovuto provare a leggere
questo libro (già il titolo mi pareva un po’ strano, magari banale),
ma l’idea di ritrovarmi in mano il solito racconto di spedizione
alla cime di qualche ottomila mi aveva fatto sempre desistere
dall’allungare la mano verso quello scaffale della biblioteca.
Quest’estate, forse un po’ a corto di idee, forse oppresso dal caldo
soffocante, mi sono deciso a prenderlo in prestito e portarmelo in
vacanza, pensando che forse avrei avuto di meglio da fare che
mettermi a leggere.
Poi si sa, le cose spesso vanno a finire in modo diverso da quanto
uno immagina o si aspetta e quindi ho iniziato a leggere ancora
prima di salire sull’aereo, avendo in testa solo una conoscenza
abbastanza superficiale dell’autore che si era messo alla tastiera
(ormai i libri a penna non li scrive più nessuno…), visto che il suo
nome mi era noto solo dalle cronache alpinistiche. Ma proprio questa
è stata la sorpresa che ho avuto nella lettura, fino dalle prime
pagine, perché in fondo quello che emerge da subito non è tanto il
racconto della spedizione o dei dettagli tecnici ed organizzativi,
ma l’esperienza e le sensazioni dell’uomo che ha affrontato le
grandi montagne. E tra le emozioni che emergono più spesso ci sono
la paura e l’insicurezza, i momenti di dubbio prima di avventurarsi
fuori dalla tenda, insomma quello che molto spesso non si è abituati
a trovare scritto e “confessato” nella classica letteratura di
montagna. Ecco perché alla fine il libro non mi è durato che per la
prima metà della mia breve vacanza (è fatto assodato che le vacanze,
anche quelle più lunghe, dovrebbero sempre durare un po’ di più),
perché nell’esperienza di un alpinista di punta ho ritrovato un po’
anche le paure e le incertezze che l’alpinista qualunque (magari
anche un po’ sfigato come me) prova di fronte ad alcune delle salite
e delle vie che decide di affrontare nei fine settimana. Insomma
anche quelli che sono ormai considerati di diritto dei personaggio
dell’alpinismo moderno, alla fine o forse nemmeno troppo alla fine,
sono degli uomini, che devono affrontare le emozioni e le paure
tipiche di
ciascuno di noi.
Non chiedetemi se il libro sia scritto bene o male, perché non
saprei rispondervi a ragion veduta, però posso di sicuro dire che mi
ha colpito per l’umanità e la semplicità con cui le sensazioni e i
rapporti umani vengono lasciati emergere, pur senza perdere la
prospettiva di salite a volte eccezionali a partire dallo stile con
cui sono state affrontate.
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