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Tempo d’inverno: tempo di freddo, gelo, neve e nebbie.
Beh forse una volta e poi si può sempre ricorrere alle
lampade abbronzanti sognando le Maldive.
Un tempo invece non era così tanto che un detto popolare
definiva la vita dell’alpigiano come regolata “da 3 mesi
di freddo e 9 mesi di gelo”.
L’inverno è sempre stato per le popolazioni che vivevano
sulle montagne e della montagna una stagione
estremamente impegnativa. Cibo scarso e razionalizzato,
freddo intenso, lunghe ore di buio. Ma significava anche
molto più tempo da dedicare alle attività artigianali –
è in questo periodo che si realizzano i manufatti che
verranno commercializzati nella bella stagione – ai
contatti umani – è il tempo in cui si preparano i
fidanzamenti e i corredi di nozze – e alla trasmissione
delle tradizioni.
Tra le tradizioni più importanti tipiche dei mesi
invernali ci sono quelle legate alla celebrazione dei
santi protettori degli animali e dei contadini e quelle
relative alle feste di carnevale. Oggi i riti
carnevaleschi, ove ancora sopravvivono, si sono
trasformati in eventi commerciali e sono impostati
prevalentemente sulla satira verso i politici o i
personaggi dello spettacolo, mentre è andato perduto il
loro significato originario.
Ormai solo gli studiosi di antropologia ed etnologia
sembrano interessati a queste attività che vengono
studiate e interpretate a seconda degli indirizzi come
momenti di sfrenato divertimento e di eccessi volti a
ribaltare almeno per una volta l’ordine precostituito.
In montagna i riti carnevaleschi hanno origini
estremamente antiche che si innestano su un substrato di
tradizioni e credenze quasi ancestrali e sono
strettamente collegati ai mutamenti di stagione. Le
feste infatti si collocano quasi tutte nel periodo tra
la fine di febbraio e l’inizio di marzo
indipendentemente dal calendario religioso, con alcune
varianti territoriali che lo anticipano al primo
dell’anno.
Questi riti riprendono antichi miti e credenze e
ripropongono personaggi derivanti dall’ambiente naturale
come gli uomini albero, l’uomo selvatico, l’orso ma
anche diavoli e streghe che incarnano i pericoli e le
paure della gente.
Lungo tutto l’arco alpino, ma anche in altre regioni
montane isolate (come nel caso della Sardegna) si
organizzano ancora feste carnevalesche di sapore antico
e spesso veramente autentico con comportamenti ed
espressioni difficilmente comprensibili agli estranei.
In quasi tutte le manifestazioni si trovano contrapposti
due gruppi di personaggi i cosiddetti “belli”
caratterizzati da abiti elegantissimi con maschere dai
lineamenti efebici e i “brutti” ricoperti di stracci e
con espressioni ferine, ai quali si frammischiano
uomini-animali, buffoni, suonatori ed ecclesiasti. A
volte tollerati, a volte apertamente condannati dalle
autorità religiose e politiche per i loro eccessi, i
festeggiamenti carnevaleschi si richiamo spesso a riti
di iniziazione che segnano il passaggio dall’adolescenza
all’età adulta con tutti i privilegi e doveri connessi.
In questo numero monografico de l’ALPE (PRIULI &
VERLUCCA, EDITORI) dedicato alle FESTE DELL’INVERNO
(numero inverno 2000/2001) vengono presentate
celebrazioni, riti e manifestazioni diffuse lungo l’arco
alpino con caratteristiche e curiosità nonché
un’approfondita analisi delle loro origini con dati
tratti da antichi documenti. Accompagna gli articoli un
ricco corredo fotografico che permette al lettore di
calarsi nell’atmosfera festaiola e di fare un salto
indietro nel tempo alla riscoperta di un patrimonio
culturale di inestimabile valore.
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