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SSi tratta
di un una raccolta di resoconti di escursioni sulle Alpi
occidentali, dalle marittime fino alla Valtellina.
L’autore termina di scrivere il suoi racconti nel 1910 e
il libro riesce a testimoniare perfettamente quel
periodo. A partire dalla grafica della copertina, ormai
ingiallita, con note a margine scritte da una pennino
che veniva ancora intinto nel calamaio. Lo stile di
scrittura fa subito pensare ad altri tempi: elegante,
retorico e un po’ superbo. Certe frasi lette qua e là ci
permettono di fotografare (in bianco e nero, virato
seppia) l’inizio di quel XX secolo. Leggiamo di bagagli
trasportati a dorso di mulo a Gressoney verso l’albergo
dove alloggiava la regina Margherita, di guide alpine
che si svegliano di buon’ora per preparare la colazione
ai loro clienti. Originale è la proposta di un
escursionista di introdurre la “lodevole costumanza” di
portare una coppia di piccioni viaggiatori, per poter
inviare una richiesta di aiuto in caso di bisogno.
I nomi delle cime e dei panorami descritti sono gli
stessi dei nostri giorni, riusciamo tuttavia a
distinguerli incontaminati, con gli occhi degli autori.
Con un po’ di malinconia al pensiero di cosa si è perso.
Il libro termina con un doloroso presentimento. Gli
autori presagiscono una rapida fine dell’alpinismo
quando, a Zermatt, assistono all’inaugurazione della
ferrovia del Cervino.
Un pensiero banale che mi torna sempre in mente quando
afferro queste profezie: chissà cosa direbbero i nostri
autori se, in una limpida domenica invernale del nostro
tempo, dovessero assistere all’assalto ad una vetta
inviolata da parte di una moltitudine di colorati e
chiassosi sciatori , radunati nel fumoso parcheggio
della stazione di partenza di una comoda funivia da
cento posti? |