PAGINA VECCHIA
CON IDEA NUOVA
Dedico
ai miei giovani amici Sucaini questo brano che commenta una mia
relazione inedita della salita alla Nordende
da Macugnaga.
Righe scritte or son.
quasi trent’anni. Quando il buono e grande Piero Giacosa
battezzava pazzi gli Accademici del Club Alpino. Furono pazzi
buoni e seminarono bene. Ora sono in buona compagnia: S. M. il
Re del Belgio, Ravelli, Albertini, Polvara e tanti altri. Ebbero
alunni che furono Alpini eroici ed ora vincono sciogliendo i
più ardui problemi sulle Alpi: quando poi non si
contentano dei monti patrii vanno a vincere al Caracorum od
anche al Polo.
Se rispondessi alla
domanda di un amico che mi chiese perché fossimo saliti di lì
mentre c’era la via tracciata e nota e sicura potrei forse far
suonare parole altere o che sembrassero superbe. Dirò calmo: è
bello vincere, ma il cuore dell’uomo ha sete di stravincere. E
l’apostolo di follia siamo battezzati così noi, gli alpinisti
che sdegnano la via battuta ha più di ogni altro uomo
ardente questa sete. Conquistare come un uomo ordinario non può
far palpitare il cuore di gioia là dove gli altri se lo senton
stretto dall’angosciosa paura, cantare dove gli altri
ammutoliscono, ridere del terrore e della, vertigine che gli
altri provano per te che sei calmo e
schernisci nel pericolo, fare da te le tue orme e tali che chi le
voglia seguire sia armato di animo, è superbia ? E’ sete di
elevazione ed è il commento o parte del commento al motto che
grida sulla bandiera dell’umanità Exceìsior. I cuori
fiacchi e gli ignavi ridono e deridono, i buoni invidiano e si
sforzano di imitare, i forti, che sono sempre anche buoni, si
impegnano nella nobile gara per emulare. Ci sono delle
soddisfazioni nella vita, ti può far gioire la lode degli
uomini, la ricchezza che hai ottenuto combattendo; puoi piangere
quando senti sulla fronte il fresco bacio dell’alloro, ma il
singhiozzo di Norman Neruda sulla vetta del Lyskamm vinto dal
Nord, il sorriso ironico di Mummery che arriva per la spalla di
Furggen all’Epaule del Cervino, il vittoria del mio
povero Castelnuovo sulla Dama Inglese, valgono ogni trionfo.
Sono attimi, ma ti avvolgono l’animo di fulgore scintille
che solcano profondo. Io so di due che nel pomeriggio di un
luglio di un qualche anno fa, finalmente dopo una lotta che non
so se chiamare disperata o ironica con lo spietato muro di
ghiaccio che sottostà al Colle Gnifetti su Macugnaga riuscirono
a gettarsi sulla neve del gran pianoro, vittoriosi. Videro un
momento nereggiare la capanna, e non dissero nulla. Erano due
larve buffe, macabre, l’una guardava all’altra ridendo
dell’aspetto di crocifisso insanguinato. La montagna che li
aveva estenuati quattordici ore, e feriti e colpiti con crudele
volontà omicida, era vinta. Chiamava ancora in aiuto la tormenta
per uccidere ed un impeto di nuvoloni saliva dal Grenz e dal
Gorner gravido di fulmini e di gelo: ma le due larve estenuate
rilottarono anche dopo la vittoria. Ed a tastoni nella caligine
sopraggiunta, contro il nemico nuovo spesero l’ultima. favilla
di forza in una mezz’ora di agonia. Mi parve, quando alzai il
braccio per bussare con la piccozza sul rame della capanna, che
quella fosse l’ultima contrazione dei miei muscoli prima di
irrigidirsi nella morte: ma quando toccammo la soglia ed i
custodi stupefatti ci slegarono, allora si per la luce
dell’animo e la vampa di gioia rinacque il vigore. E scomparve
lo spasimo dei muscoli rattratti, non sentii più il bruciore
delle ferite, mi si fece limpido il pensiero ottenebrato dal
veleno della fatica e vissi, vissi quell’attimo così
intensamente che mi empirebbe cento vite. È la gioia di amare la
vita non si ha che rimbalzando in essa dalla morte: gioia che
non possono dare che le grandi lotte. Noi dobbiamo goderla
questa gioia una volta almeno: e l’apostolo di follia che invita
ad accostarvi alla morte invece è apostolo di vita perché
insieme vi dice: preparatevi alla lotta e non tentate se non con
lo spirito pronto e la carne salda; e l’umanità che allena il
corpo e l’animo al cimento è sulla via diritta, quella che apre
sull’orizzonte lontano il varco alla felicità.
E’ la lotta della
materia e dell’intelligenza; della materia che la terra attira,
dell’intelligenza che aiutata dalla volontà gioisce dell’aspra
ed inebriante sensazione di sostenere la « bestia » al
disopra. degli abissi orribili nei quali essa s’innalza. Nelle
salite e nelle discese dei precipizi ciascun movimento è la
soluzione di un problema: bisogna esser destri sotto pena di
morte. Là sono tutte le grandi montagne: la Meije, il Cervino.
Là è l’alpinismo. Questa è eco di spiriti che si chiamavano
Winkler o Mummery.
GIUSEPPE LAMPUGNANI
Come si vede in quegli anni la montagna era considerata come un
nemico da sconfiggere. L’alpinista era animato dalla sete di
vincere disdegnando la via facile e battuta, dalla sete di
elevazione e di gioia per la conquista, nel più totale disprezzo
del pericolo. Attualmente nessun alpinista si sentirebbe di
condividere motivazioni del genere. Tuttavia sono uomini come
Lampugnani, Ravelli ed altri che hanno scritto pagine
fondamentali nella storia dell’alpinismo. Ad essi possiamo solo
dire grazie per quello che sono stati, grazie per quello che
hanno fatto. |