PAGINA VECCHIA CON IDEA NUOVA
di Giuseppe Lampugnani
(giugno 1930)

 

 

PAGINA VECCHIA CON IDEA NUOVA

 Dedico ai miei giovani amici Sucaini que­sto brano che commenta una mia relazio­ne inedita della salita alla Nordende da Macugnaga. Righe scritte or son. quasi trent’anni. Quando il buono e grande Piero Giacosa battezzava pazzi gli Accademici del Club Alpino. Furono pazzi buoni e seminarono bene. Ora sono in buona compagnia: S. M. il Re del Belgio, Ravelli, Albertini, Polvara e tanti altri. Ebbero alunni che furono Al­pini eroici ed ora vincono sciogliendo i più ardui problemi sulle Alpi: quando poi non si contentano dei monti patrii vanno a vin­cere al Caracorum od anche al Polo.

Se rispondessi alla domanda di un amico che mi chiese perché fossimo saliti di lì mentre c’era la via tracciata e nota e sicura potrei forse far suonare parole altere o che sembrassero superbe. Dirò calmo: è bello vincere, ma il cuore dell’uomo ha sete di stravincere. E l’apostolo di follia siamo battezzati così noi, gli alpinisti che sdegnano la via battuta  ha più di ogni altro uomo ardente questa sete. Conquistare come un uomo ordinario non può far palpitare il cuore di gioia là dove gli altri se lo senton stretto dall’angosciosa paura, cantare dove gli altri ammutoliscono, ridere del terrore e della, vertigine che gli altri provano per te che sei calmo e schernisci nel pericolo, fare da te le tue orme e tali che chi le voglia seguire sia armato di animo, è superbia ?  E’ sete di elevazione ed è il commento o parte del commento al motto che grida sulla bandiera dell’umanità Exceìsior. I cuori fiacchi e gli ignavi ridono e deridono, i buoni invidiano e si sforzano di imitare, i forti, che sono sempre anche buoni, si impegnano nella nobile gara per emulare. Ci sono delle soddisfazioni nella vita, ti può far gioire la lode degli uomini, la ricchezza che hai ottenuto combattendo; puoi piangere quando senti sulla fronte il fresco bacio dell’alloro, ma il singhiozzo di Norman Neruda sulla vetta del Lyskamm vinto dal Nord, il sorriso ironico di Mummery che arriva per la spalla di Furggen all’Epaule del Cervino, il vittoria del mio povero Castelnuo­vo sulla Dama Inglese, valgono ogni trionfo. Sono attimi, ma ti avvolgono l’animo di fulgore  scintille che solcano profondo. Io so di due che nel po­meriggio di un luglio di un qualche anno fa, finalmente dopo una lotta che non so se chiamare disperata o ironica con lo spietato muro di ghiaccio che sottostà al Colle Gnifetti su Macugnaga riuscirono a gettarsi sulla neve del gran pianoro, vittoriosi. Videro un momento nereggiare la capanna, e non dissero nulla. Erano due larve buffe, macabre, l’una guardava all’altra ridendo dell’aspet­to di crocifisso insanguinato. La mon­tagna che li aveva estenuati quattordici ore, e feriti e colpiti con crudele volontà omicida, era vinta. Chiamava ancora in aiuto la tormenta per uccidere ed un impeto di nuvoloni saliva dal Grenz e dal Gorner gravido di fulmini e di gelo: ma le due larve estenuate rilottarono anche dopo la vittoria. Ed a tastoni nel­la caligine sopraggiunta, contro il nemi­co nuovo spesero l’ultima. favilla di forza in una mezz’ora di agonia. Mi parve, quando alzai il braccio per bussare con la piccozza sul rame della capanna, che quella fosse l’ultima contrazione dei miei muscoli prima di irrigidirsi nella morte: ma quando toccammo la soglia ed i custodi stupefatti ci slegarono, allora si per la luce dell’animo e la vampa di gioia rinacque il vigore. E scomparve lo spasimo dei muscoli rattratti, non sentii più il bruciore delle ferite, mi si fece limpido il pensiero ottenebrato dal veleno della fatica e vissi, vissi quell’attimo così intensamente che mi empirebbe cento vite. È la gioia di amare la vita non si ha che rimbalzando in essa dalla morte: gioia che non possono dare che le grandi lotte. Noi dobbiamo goderla questa gioia una volta almeno: e l’apostolo di follia che invita ad accostarvi alla morte invece è apostolo di vita perché insieme vi dice: preparatevi alla lotta e non tentate se non con lo spirito pronto e la carne salda; e l’umanità che allena il corpo e l’animo al cimento è sulla via diritta, quella che apre sull’orizzonte lontano il varco alla felicità. E’ la lotta della materia e dell’intelligenza; della materia che la terra attira, dell’intelligenza che aiutata dalla volontà gioisce dell’aspra ed inebriante sensazione di sostenere la « bestia » al disopra. degli abissi orribili nei quali essa s’innalza. Nelle salite e nelle discese dei preci­pizi ciascun movimento è la soluzione di un problema: bisogna esser destri sotto pena di morte. Là sono tutte le grandi montagne: la Meije, il Cervino. Là è l’alpinismo. Questa è eco di spiriti che si chiama­vano Winkler o Mummery.

GIUSEPPE LAMPUGNANI

 

Come si vede in quegli anni la montagna era considerata come un nemico da sconfiggere. L’alpinista era animato dalla sete di vincere disdegnando la via facile e battuta, dalla sete di elevazione e di gioia per la conquista, nel più totale disprezzo del pericolo. Attualmente nessun alpinista si sentirebbe di condividere motivazioni del genere. Tuttavia sono uomini come Lampugnani, Ravelli ed altri che hanno scritto pagine fondamentali nella storia dell’alpinismo. Ad essi possiamo solo dire grazie per quello che sono stati, grazie per quello che hanno fatto.

 
 


 

 

 

 RITORNO ALLA PRIMA PAGINA           RITORNO ALLA PAGINA RACCONTI ARTICOLI